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L'incontro con Monica.


di Lorenzo75bsx
03.02.2026    |    3.557    |    8 9.6
"La mano di Monica si fece più decisa: strinse l’erezione sopra i jeans, muovendosi lentamente su e giù, valutando ogni centimetro della curva, della circonferenza..."
Il parcheggio del centro commerciale, a metà pomeriggio di un tiepido giorno di fine estate, era ancora animato da carrelli e famiglie che tornavano a casa. Lorenzo era arrivato per primo. Appoggiato alla portiera della sua berlina scura, mani nelle tasche dei jeans per nascondere il tremito, cercava di calmare il battito che gli martellava nel petto da ore. A cinquant’anni, 178 centimetri per 76 chili, portava bene il suo fisico medio: spalle larghe da chi aveva corso e giocato a calcetto da giovane, una lieve pancetta da pranzi veloci e cene in famiglia, capelli rasati a macchina e barba scura curata che gli dava un’aria decisa. Sotto la polo blu scuro si intravedeva un accenno di peli sul petto. Aveva scelto jeans comodi, sneakers nere, e per l’occasione si era rasato completamente il pube – un gesto che lo faceva sentire esposto ed eccitato allo stesso tempo.

Erano entrambi sposati. Lorenzo da ventidue anni, Monica da diciotto. Si erano conosciuti su un’app di incontri quasi un anno prima, all’inizio solo messaggi sporadici, poi chat sempre più intime, foto mai nude ma provocanti, confessioni sussurrate sullo schermo. Avevano rimandato l’incontro per paura, per sensi di colpa, per la vita che li teneva incatenati. Fino a quel pomeriggio, quando finalmente avevano fissato l’appuntamento: parcheggio del centro commerciale, metà pomeriggio, auto di lei.

Il telefono vibrò.

**Monica:** Sono entrata. Ti vedo vicino all’uscita laterale. Polo blu?
**Lorenzo:** Sì. Tu dove sei?
**Monica:** Station wagon grigia, terza fila. Camicia bianca, cardigan beige, leggings neri. Sali quando vuoi.

Lorenzo attraversò le poche auto che li separavano. La vide subito al volante: Monica, 49 anni, alta circa 160 centimetri, formosa e morbida, con curve che raccontavano due gravidanze e una vita piena. Seni grandi, quarta misura, a pera, che tendevano la camicia bianca appena sbottonata sul primo bottone. I capelli ricciolini castani le scendevano morbidi sulle spalle, incorniciando un viso rotondo e occhi castani che tradivano la stessa agitazione di lui. Quando aprì la portiera del passeggero, lo investì il suo profumo: vaniglia calda, un filo di muschio, mescolato all’odore familiare di auto con bambini – cracker, crema solare sbiadita, vita quotidiana.

«Ciao» disse lei, voce bassa, un po’ incrinata.

«Ciao.»

Monica mise in moto senza aggiungere altro. Guidò piano verso l’angolo nord del parcheggio, dove le file si diradavano e un muro di cemento alto offriva un riparo parziale. Spense il motore. La playlist jazz soft continuava bassissima dagli altoparlanti. I seggiolini posteriori erano occupati da due alzatine con cuscini colorati. Non c’era spazio dietro. Solo i sedili anteriori, stretti, reali.

Si guardarono per un secondo lungo, poi si avvicinarono nello stesso istante.

Il primo bacio fu cauto, labbra che si sfioravano appena. Poi Monica inclinò la testa e la sua lingua scivolò dentro la bocca di lui. Morbida, calda, vellutata. Lorenzo impazzì per quella sensazione: la lingua di lei era seta liquida, lenta, avvolgente, una carezza umida che lo fece gemere piano contro le sue labbra. Si intrecciarono, si cercarono, si inseguirono. Lui le prese il viso tra le mani – mani grandi, con qualche vena evidente – e approfondì il bacio finché non sentì solo lei: un vago sapore di caffè, mentolo, desiderio crudo.

Quando si staccarono appena, ansimando, lui mormorò:
«Dio… la tua lingua. È… non riesco a descriverla.»

Lei sorrise, labbra già gonfie, i ricciolini che le sfioravano le guance arrossate. «Ti piace così tanto?»

«Mi sta mandando fuori di testa.»

Le mani di Lorenzo scesero lungo il collo morbido di lei, sfiorarono la clavicola, poi si posarono sui seni sopra la camicia. Erano pesanti, pieni, a pera: la quarta misura si sentiva tutta sotto i palmi. Il tessuto sottile lasciava intravedere il pizzo chiaro del reggiseno. Lui li accarezzò con movimenti lenti, circolari, sentendo i capezzoli – non grandissimi, chiari, già sensibili – indurirsi contro le dita. Monica inarcò leggermente la schiena, un gemito soffocato le sfuggì.

«Piano…» sussurrò. «Se passa qualcuno…»

«Lo so» rispose lui, ma non tolse le mani. «È proprio questo che mi uccide.»

La mano destra di Monica scivolò sulla coscia di lui, poi più in alto, fino al rigonfiamento dei jeans. Non strinse subito. Sfiorò, valutò, tracciò la forma con la punta delle dita. Sentì la lunghezza – 16,5 centimetri eretti, leggermente curvi verso l’alto, cappella pronunciata ma non eccessiva – e la circonferenza generosa, quasi 8 centimetri. Anche attraverso il tessuto percepì che era leggermente sopra la media. Lorenzo trattenne il fiato.

«Cazzo…» gli sfuggì.

Lei alzò gli occhi, un lampo malizioso e affamato. «È… bello grosso.» Lo disse piano, come una constatazione intima, mentre le dita continuavano a seguire la forma, premendo appena abbastanza da farlo pulsare.

«Da quanto non tocchi un uomo che non sia tuo marito?» chiese lui, voce rauca.

«Troppo. E tu?»

«Stessa cosa. Ma da quando ci scriviamo… non riesco a pensare ad altro che a te.»

Le loro bocche si ritrovarono. Baci più profondi, più affamati. La lingua di lei danzava contro la sua, morbida e insistente, mentre Lorenzo infilava una mano sotto la camicia, sfiorando la pelle calda e morbida della pancia – morbida come solo una donna che ha portato due figli può essere. Risalì fino al bordo del reggiseno, infilò le dita sotto il pizzo e trovò i capezzoli chiari, duri. Li pizzicò piano. Monica gemette nella sua bocca, il fondoschiena morbido e pieno che si muoveva leggermente sul sedile.

La mano di Monica si fece più decisa: strinse l’erezione sopra i jeans, muovendosi lentamente su e giù, valutando ogni centimetro della curva, della circonferenza. Non slacciò nulla. Voleva solo sentire, misurare, torturarlo con quel contatto leggero ma implacabile.

«Mi fai diventare matto» le disse lui tra un bacio e l’altro.

«Bene» rispose lei. «Perché anch’io sto bruciando da mesi.»

Un’auto passò lenta a una ventina di metri. Entrambi si immobilizzarono, il cuore in gola. Ripresero più piano, più attenti.

«Dimmi una cosa» sussurrò Lorenzo, fronte contro la sua. «Cosa fai quando pensi a me a casa?»

Monica arrossì, ma sostenne lo sguardo. «Mi tocco. Sotto la doccia. O a letto, quando lui dorme. Penso alla tua voce nei messaggi… a come mi scrivi cosa vorresti farmi. Al tuo cazzo curvo…»

«Cristo.» Lui le morse piano il labbro inferiore. «La prossima volta voglio guardarti mentre lo fai. Voglio vedere le tue labbra interne piccole aprirsi, il clitoride gonfio sotto le dita.»

«E tu?» chiese lei, stringendo di nuovo l’erezione. «Cosa fai pensando a me?»

«Mi chiudo in bagno. Penso ai tuoi seni pesanti… al tuo culo morbido che vorrei afferrare mentre ti prendo da dietro. Ai leggings che ti abbasserei piano piano.»

Lei sorrise contro la sua bocca, i ricciolini che le sfioravano il viso. «La prossima volta lo faremo. In un letto. Senza seggiolini, senza paura. Potremo spogliarci del tutto.»

«Promesso?»

«Promesso.»

Si baciarono ancora a lungo, lingue intrecciate, mani che esploravano senza osare troppo. Lui le accarezzò l’interno delle cosce sopra i leggings, sfiorando il calore tra le gambe – sentiva già l’umidità attraverso il tessuto sottile. Lei continuò a torturarlo con carezze lente, misurando la durezza, la curva, facendolo pulsare.

Alla fine si staccarono, ansimanti, volti arrossati, occhi lucidi.

«Devo andare» disse lei, voce tremante. «I bambini escono tra poco.»

«Lo so.» Lorenzo le sfiorò la guancia morbida, un ricciolino tra le dita. «Ma non finisce qui.»

«No. Non finisce.»

Un ultimo bacio, lento, profondo, con la lingua di lei che gli regalò quell’ultima carezza vellutata che lo fece quasi gemere ad alta voce.

Monica rimise in moto. Lo riaccompagnò vicino alla sua auto. Lui scese, le lanciò un ultimo sguardo attraverso il finestrino.

«A presto» disse lei.

«A presto» rispose lui.

Mentre tornava alla sua macchina, sentiva ancora il sapore di lei sulla lingua, il peso dei suoi seni sotto le mani, la stretta morbida delle sue dita sul suo cazzo curvo. E sapeva che la prossima volta, finalmente, non ci sarebbero stati limiti.
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